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Svolta sulla morte del bracciante Singh: due laertini in arresto

Sono finiti in carcere due cittadini di Laterza, accusati di omicidio colposo, caporalato e violazione delle norme sull'immigrazione clandestina per la morte di Rajwinder Sidhu Singh, il lavoratore indiano di 38 anni trasportato esanime all'ospedale San Pio di Castellaneta la sera del 26 maggio 2024.

L'ordinanza di custodia cautelare, firmata dal gip Mariano Robertiello su richiesta della procura ionica è stata eseguita dai carabinieri del Reparto operativo e del Nucleo investigativo, guidati rispettivamente dal tenente colonnello Francesco Marziello e dal maggiore Gennaro De Gabriele.

Nell'inchiesta sono coinvolti anche tre presunti complici dell'imprenditore. È stato inoltre disposto il sequestro preventivo di un grande complesso zootecnico composto da tre aziende, insieme a somme di denaro per oltre un milione di euro.

La sera del decesso, dopo una giornata nei campi di Laterza, la vittima era scomparsa nel nulla per ore prima che l’uomo oggi arrestato la conducesse in auto al pronto soccorso, tentando di giustificare il decesso come un semplice svenimento. A smentire la sua versione e a fare luce sui "buchi" di quelle ore sono state sia la relazione autoptica del medico legale Liliana Innamorato, sia le decisive testimonianze dei connazionali della vittima, che hanno superato il timore di ritorsioni per rivelare ai militari la verità su quanto accaduto.

I DETTAGLI DELL'OPERAZIONE I GIORNI DEL CIELO

 

Il drammatico infortunio sul lavoro, in cui nel maggio 2024 perse la vita a Laterza il bracciante indiano Singh, precipitato da un mezzo obsoleto, ha svelato un imponente sistema criminale. Le indagini dei Carabinieri, coordinate dalla Procura di Taranto con il supporto dell’ISPRA, hanno portato all’arresto di due persone, entrambe di Laterza, e al sequestro preventivo di un complesso zootecnico tra i più grandi d’Italia, del valore di diversi milioni di euro.

Quattro indagati ora dovranno rispondere, a vario titolo, di omicidio colposo, caporalato, inquinamento e disastro ambientale, oltre che di illeciti edilizi.

Gli accertamenti hanno portato alla luce un grave e sistematico sfruttamento di lavoratori stranieri, spesso irregolari: turni fino a 13 ore al giorno, paghe inferiori a tre euro l’ora e alloggi insalubri vicini alle stalle. I dipendenti erano costretti a restituire parte dello stipendio — garantendo all'azienda un risparmio illecito di oltre 300.000 euro — ed erano persino controllati a distanza con telecamere non autorizzate. Totalmente assente anche la tutela della salute, con operai mandati a mungere senza protezioni pur in presenza di un'epidemia di leptospirosi tra i bovini.

L’attività investigativa ha inoltre svelato un disastro ambientale all’interno del Parco Regionale Terra delle Gravine.

Attraverso canali e sbarramenti abusivi, i reflui zootecnici e sostanze chimiche non trattate venivano convogliati in un lago artificiale tossico di circa due ettari — poi usato persino per irrigare i campi — e in una discarica abusiva di 21.000 metri quadrati, la cui bonifica supererà 1,6 milioni di euro.

Durante l'operazione sono state sequestrate anche aree con depositi incontrollati di rifiuti speciali come RAEE e formaldeide, ricomponevano un quadro gestionale orientato al profitto a scapito della sicurezza e dell'ambiente, tuttora al vaglio della magistratura nel rispetto della presunzione di innocenza.

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